FATTORI DI RISCHIO NUTRIZIONALI E LONGEVITY

29 Ottobre 2026 By Paolo Palmas

Ogni anno l’aumento dell’aspettativa di vita e il progressivo invecchiamento della popolazione si accompagnano, a livello globale, a un incremento della prevalenza delle malattie non trasmissibili, tra cui disturbi cardiovascolari, tumori e diabete. In questo scenario, uno stile di vita poco sano, che comprende un’alimentazione non conforme alle raccomandazioni nutrizionali, rappresenta uno dei fattori di rischio modificabili che è da tempo al centro dell’attenzione della Comunità Scientifica, impegnata a identificare gli alimenti e le abitudini alimentari che possono influenzare il benessere delle persone. Negli ultimi decenni, il grande progetto internazionale Global Burden of Disease (GBD), ha contribuito ad ampliare questa prospettiva, richiamando l’attenzione anche sul consumo insufficiente di alimenti associati a effetti favorevoli sulla salute. In particolare, il GBD ha identificato i 15 fattori di rischio alimentari associati a livello globale alla mortalità e a patologie come le malattie cardiovascolari, i tumori e il diabete. L’analisi degli autori italiani pubblicata su Nutrition Metabolism and Cardiovascular Disease stima il contributo al carico di malattia in Italia e nelle singole regioni, analizzandone l’evoluzione tra il 1990 e il 2023.                                                                                  

Il primo dato di rilievo è che, secondo queste stime, nel 2023 ai fattori alimentari considerati era attribuibile circa il 10% dei decessi complessivi, insieme alla perdita complessivamente di circa 1,19 milioni di anni di vita in buona salute. Il carico di malattia attribuibile all’alimentazione riguardava soprattutto le patologie cardiovascolari, seguite dai tumori e dal diabete.

Tra i fattori esaminati, il consumo insufficiente di vegetali crudi e colorati e l’eccesso di sodio, assunto principalmente attraverso il sale, fornivano il contributo maggiore ai decessi e agli anni di vita in buona salute persi. Un ruolo significativo emergeva anche per il consumo elevato di prodotti processati e per l’apporto insufficiente di calcio. Quest’ultimo dato potrebbe riflettere, almeno in parte, la diminuzione del consumo di latte.

Rispetto al 1990 i risultati non si dimostrano però uniformi sul territorio nazionale. Diverse regioni meridionali hanno fatto progressi meno marcati rispetto al Nord e presentano tuttora un carico di malattia più elevato, soprattutto per le patologie cardiovascolari. Campania e Calabria mostrano valori particolarmente elevati anche dopo la correzione per età. Gli autori mettono questi divari in relazione con abitudini alimentari sfavorevoli, come il consumo insufficiente di frutta e verdura e l’eccesso di sale, richiamando anche il possibile ruolo delle condizioni sociali e delle differenze nell’accesso alle cure.

Nell’interpretare i risultati occorre ricordare che si tratta di stime ottenute mediante modelli statistici, che combinano informazioni sui consumi alimentari e associazioni tra dieta e malattie ricavate dalla letteratura internazionale; pur con questo limite, lo studio offre indicazioni utili per orientare la prevenzione.

Nel complesso, i risultati sottolineano quanto sia importante affiancare alla riduzione degli eccessi un maggiore consumo degli alimenti associati a effetti favorevoli sulla salute, a patto però di personalizzare le scelte in funzione del profilo biologico individuale: non è infatti ipotizzabile la programmazione di piani nutrizionali protocollati validi per tutti.

Paolo Palmas

Naturopata Nutrizionista, Resp. Nutrigroup